IL RENDICONTO MIFID – UNA STORIA UN PO’ TRAVAGLIATA

Il 30 Aprile è scaduto il termine per l’invio del cosiddetto “RENDICONTO MIFID” che le banche ed in genere, tutti gli intermediari che prestano attività di consulenza o di gestione di portafogli, devono inviare ai propri clienti; ma non tutti se ne sono accorti.

1 – Cosa è il rendiconto MIFID

Il “RENDICONTO MIFID”,  è un documento, personalizzato sulla situazione di ciascun cliente, che espone tutti i costi addebitati al cliente relativamente agli investimenti effettuati nell’anno solare precedente, e, va detto subito, è cosa ben diversa, e più importante, del consueto “estratto conto”, trimestrale che riporta l’elenco delle operazioni effettuate nel trimestre precedente.

E quello dei costi è un tema particolarmente importante per i risparmiatori italiani, per due motivi distinti:

  • perché i costi correlati all’investimento hanno, come è noto, la caratteristica non solo di ridurre i profitti, ma soprattutto di aumentare le perdite, e quindi possono ridurre o anche azzerare il rendimento annuo di un investimento, soprattutto nel lungo periodo
  • perché i prodotti di investimento italiani sono tra i più cari al mondo, secondi solo a Taiwan, come riportato, da molte indagini e tra gli altri, anche dal “Global Investor Experience Study: Fees and Expenses” di Morningstar.

E tuttavia rimane un documento sconosciuto alla stragrande maggioranza dei risparmiatori.

2 – Come e quando nasce l’obbligo di pubblicare il “Rendiconto MIFID”

E’ una storia lunga, ma cerchiamo di farla breve.

  • la MIFID 2, è  una direttiva dell’Unione Europea che disciplina il mercato degli strumenti finanziari nell’UE nel 2014 ed entrata in vigore in Italia il 3 gennaio 2018,  che, tra le altre cose, aveva l’intento di favorire maggiore chiarezza e trasparenza verso il risparmiatore rispetto alla normativa previgente.

Stabilisce in via generale all’art. 24, co. 4, alla lettera c) che:

  • “le informazioni su tutti i costi e gli oneri connessi, devono comprendere informazioni relative sia ai servizi d’investimento che ai servizi accessori, anche sul costo eventuale della consulenza, ove rilevante, sul costo dello strumento finanziario raccomandato o offerto in vendita al cliente e sulle modalità di pagamento da parte di quest’ultimo, includendo anche eventuali pagamenti a terzi” e cioè gli eventuali “inducements”  

Stabilisce inoltre che:

  • Le informazioni sui costi e oneri devono essere presentate: 
  • in forma aggregata per permettere al cliente di conoscere il costo totale e il suo effetto complessivo sul rendimento e, se il cliente lo richiede, in forma analitica; 

con periodicità regolare, e comunque almeno annuale, per tutto il periodo dell’investimento.

Inutile dire che, per una serie di motivi, l’applicazione della norma trova grandi difficoltà nei primi anni della sua introduzione, tanto è vero che, di fronte all’inerzia di gran parte dei soggetti interessati, il 7 Maggio 2020 la Consob emana una “raccomandazione” con la quale stabilisce il termine del 30 Aprile per l’invio della rendicontazione sui costi, ponendo  anche in rilievo le modalità di rappresentazione dei costi, sia in valore monetario, sia in percentuale, con l’invito a utilizzare uno schema generale indicato dall’Esma, specificando inoltre di esporre i costi del servizio di gestione patrimoniale separatamente dal resto del portafoglio amministrato, evidenziando anche l’importo dei costi impliciti e degli oneri fiscali che gravano sull’investimento.

Si tratta di un intervento, per così dire, di “moral suasion” che lascia liberi i soggetti interessati di seguire metodi di calcolo, format di pubblicazione e, soprattutto, modalità di comunicazione assolutamente discrezionali.

Si arriva quindi al  30 Aprile 2024, anno in cui, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, https://24plus.ilsole24ore.com/art/banche-cosi-comunicano-quanto-ci-costa-investire-mappa-costi-italia-AFdYkXTD , sempre a firma di Gianfranco Ursino, gran parte degli intermediari, ma non tutti, hanno pubblicato il “rendiconto MIFID”.

3 – Perché il “Rendiconto costi” è importante

L’importanza del “rendiconto costi” è rappresentata dal fatto che la direttiva, affrontando il tema della “chiarezza e trasparenza” nei confronti dell’investitore, ha acceso un faro su una “zona grigia” rappresentata dal costo della consulenza e gli oneri accessori prestati dalle banche e dagli altri intermediari finanziari attraverso le proprie reti di collocamento.

E’ infatti una dato dell’esperienza comune a tutti gli operatori del settore che, nella quasi totalità dei casi, il risparmiatore non abbia alcuna consapevolezza degli oneri che, nel complesso, gravano sull’investimento, ritenendo i più che “non vi siano costi” per la gestione degli investimenti e per le attività di consulenza offerte dai consulenti.

Oneri che, invece, ci sono e hanno diversa origine e natura, dai costi del prodotto in sé a quelli che sono riconosciuti all’intermediario o al consulente di questo per le attività di consulenza o di gestione dell’investimento e che vengono applicati “a valle” dei risultati dell’investimento e possono incidere anche  in maniera estremamente significativa sul rendimento complessivo dell’investimento nel tempo, considerando anche che i “costi” vengono applicati sempre e comunque, indipendentemente dall’andamento del valore degli strumenti investiti.

Si stima infatti che, in media, il costo complessivo degli oneri che gravano sui prodotti del risparmio gestito, possa incidere in media tra il 2,5% e il 3,5% all’anno dell’importo investito; si tratterebbe quindi di una voce estremamente significativa che potrebbe gravare dal 12,5% al 17,5% dell’investimento iniziale su 5 anni, da 25 al 35% su un periodo di 10  anni.

La dimostrazione dell’importanza dell’incidenza dei costi e degli oneri accessori, va detto, dovrebbe poi essere accompagnata da una maggiore attenzione dei singoli investitori su questi temi, che, purtroppo, sono assai spesso molto del tutto ignorati dai più.

4 – Cosa deve contenere il “rendiconto costi”

Come si è detto, non esiste un format obbligatorio per la presentazione dei costi del rendiconto, né una indicazione di come devono essere effettuati i calcoli.

La rendicontazione ex-post dei costi e degli oneri deve tuttavia includere una serie di informazioni chiave utili all’investitore, tra cui:

  1. Costi diretti, quali le commissioni di negoziazione, spese di gestione, oneri di custodia e altre commissioni specifiche legate all’investimento
  2. Costi indiretti, che comprendono spese che potrebbero non essere immediatamente evidenti all’investitore, come i costi di transazione impliciti o le differenze di prezzo tra l’acquisto e la vendita di un titolo
  3. Oneri accessori, ogni altro onere applicato al cliente, che può includere qualsiasi altra spesa o onere connesso all’investimento, come i costi di consulenza o di ricerca.
  4. Totale complessivo dei costi e degli oneri sostenuti dall’investitore durante il periodo coperto in percentuale rispetto al patrimonio investito.

E’ bene infine ricordare che è stabilita la facoltà per il singolo investitore di richiedere all’intermediario ulteriori e più dettagliate informazioni sulla natura e sull’importo dei costi addebitati.

5 – Dove andare a guardare per leggere il “rendiconto MIFID”

Come abbiamo detto non esiste un obbligo di notificare al cliente la pubblicazione del rendiconto.

Secondo una indagine fatta dal Sole 24 Ore su molte banche italiane, (https://24plus.ilsole24ore.com/art/banche-cosi-comunicano-quanto-ci-costa-investire-mappa-costi-italia-AFdYkXTD) “ Tre intermediari (Credem, BancoPosta e UniCredit) hanno risposto che non avvisano in alcun modo la clientela dell’avvenuto deposito.

Gli altri, invece, hanno dichiarato di avvisare in qualche modo il cliente (via mail, sms, tramite pop up o altre modalità di notifica legate alle loro diverse piattaforme), per informarlo contestualmente dell’avvenuto deposito del documento sull’home banking del cliente.”

Ma non è mancato anche chi “ha dichiarato che avvisa in primis i propri consulenti finanziari tramite i canali a loro dedicati, al fine di informare adeguatamente i rispettivi clienti.”

Insomma non c’è da meravigliarsi che, a distanza di 6 anni dall’entrata in vigore della MIFID 2, ancora  gran parte degli investitori non sappia ancora che, ebbene sì, la banca ti addebita dei costi per i servizi di investimento che ti offre, e non sempre sono a buon mercato!

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